Marta 

 

 

IL PAESE

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Fuggendo timorosa da incerti nemici Marta aveva raggiunto la vite e vi si era arrampicata. Ora doveva attendere che la sua ansia si calmasse. C’era per questo la frescura dei pampini, e c’era sotto di lei il giardino nel sole. Seguì i vialetti tra i mirtilli fino all’aiuola centrale, poi il viale che s’inoltrava nel pergolato della vasca e si fermò sul grande muro di pietra dove un’edera stendeva da antico tempo le sue piccole foglie. A destra, invece, poteva spaziare sui campi in pendio fino agli arbusti scuri del vallone, salire lungo le falde dei monti disseminate di case e giungere al grande invaso segnato come da dita giganti.

Proprio lì in tempi remoti era adagiato un ghiacciaio che aveva lasciato grossi massi, visibili appena tra la vegetazione. La fanciulla vide quei pendii coperti di un candido manto e vide vorticose acque rigare la conca dove ora c’era il paese e dove erano rimasti tanti valloni e un torrente. Il declivio tutt’intorno quasi subito lasciava la china dolcemente proseguendo interrotto da poggi e collinette, poi era tutto un discendere lento ed ampio fino alla piana. Forme modellate con garbo senza le asprezze di altre valli che il nonno sfogliando un atlante le aveva una volta mostrato.

Un giorno il calesse del nonno salì fin sopra il passo tra i monti dove Marta ebbe la più bella delle lezioni. La voce narrante accompagnava le forme che nascevano dalle parole come dal cilindro di un mago e la fanciulla vedeva quei monti trarre dalle acque le rocce con i loro straordinari tesori. E proprio come in uno scrigno il nonno in una roccia le mostrò una vita insospettata.

Ora che nel silenzio del giardino l’ansia stava scemando quei ricordi presero a muoversi in veloci sequenze: piogge taglienti, alluvioni, venti impetuosi, sussulti della terra e bagliori di fuoco. Poi il verde rifiorendo tutto lentamente copriva.

Un’altra volta Marta dal pianoro dei Cappuccini aveva scoperto dietro il dito teso del nonno i poggi abitati dai pastori e di questi aveva seguito il cammino a mezza costa fin dove si apriva l’anello montuoso della sua conca verso la piana. L’indice indicava, di fronte, l’onda azzurra dei monti. E Marta si figurava vasti spazi lambiti dal mare, d’inverno le greggi, e poi merci, fiere, incontri, la conca e la piana unite.

Come altre volte anche quel giorno Marta cominciò ad inseguire i racconti del nonno. Ora entrava nelle capanne. Intorno le greggi, al sole la lana e le pelli, l’arte antica della sua gente. Quei pastori poi erano diventati guerrieri quando non bastò più il riparo dei monti.

La mamma le aveva raccontato straordinarie vicende di guerre. C’erano pirati provenienti dal mare, misteriosi sultani d’oriente e c’erano uomini con lance dai bagliori d’argento. Storie corrusche di fuoco, compagne insonni di Marta la sera tra le coperte, oppure azzurre amiche del suo aereo rifugio.

Meno colorati erano invece i racconti del nonno. Il suo calesse quando ospitava Marta faceva, raggiungendo palazzi, stradine, rioni, un giro sempre nuovo e sempre pieno di storie. Tutte però conducevano alla grande chiesa dove il parlare del nonno diventava più intenso e terminava solo sulla soglia di casa, spesso ripreso dopo il pranzo nelle grandi poltrone della siesta.

Ora che lui non c’era più Marta sentiva che doveva custodire ciò che aveva avuto come in consegna. Quei racconti si univano tutti in un’unica meravigliosa vicenda che ella di tanto in tanto richiamava come fa chi estrae da uno scrigno un gioiello e ne contempla l’antico splendore.

Tra tutte preferiva le storie del patrono anche se non riusciva a sciogliere dentro di sé un nodo di timore per via del diavolo, legato sì con una grossa catena ai piedi del santo e tenuto a bada da una spada ma sempre capace di stimolare la sua diffidenza. Era un santo guerriero come gli invasori del suo paese. Quegli uomini però non le sembravano tanto crudeli come diceva la mamma. Affidarsi ad un angelo giustiziere e scegliere la sua conca per dimora. Quegli uomini stranamente le erano vicini.

I racconti del nonno dicevano che la spada dell’arcangelo aveva più volte protetto il paese come quando pericolosi invasori furono trasformati in alberi - c’erano i tigli di due viali a testimoniarlo - o come quando gli alberi di un’intera collina avevano assunto il duro aspetto d’invincibili difensori.

Ancora la fanciulla riviveva con fierezza la storia di un ponte che un tracotante signore costruiva dal suo palazzo alla chiesa e che il santo ogni volta tagliava con la spada di fuoco.

A questi ricordi le s’accendeva il cuore e tutto si mescolava: il santo, la sua gente, il nonno al capezzale dei malati e la mamma con i suoi poveri.

E dietro la mamma Marta continuò ad unire, ora che non c’era più il nonno, gente e luoghi nelle storie del suo paese. Avvenne così che in un antico rione, un giorno... Lì c’erano vetuste dimore chiamate "cortine".

"Longobarde" aveva detto il nonno una volta che la carrozza si era fermata quasi entrando nel wafio d’accesso. "Un’altra volta ne visiteremo una" aveva aggiunto riprendendo la via dopo il breve incontro col malato durante il quale la nipotina aveva seguito il rincorrersi di tanti bambini nel luminoso cortile.

Non c’era stata più quella volta. Perciò quando la mamma, in una delle sue visite alla nonna, aveva proseguito verso le cortine, ella, seguendola, sentiva che i filo non si era spezzato. La strada a gradoni di pietra, scarna e stretta saliva tra i muri alti, ma al di là dei wafi, negli ampi cortili, viveva una vita in comune appena intravista quel giorno col nonno. Scorrazzavano in giro libere galline, viti o glicini facevano ombra agli usci ma non riuscivano a scemare il contrasto col buio denso degli interni dove tutto era come tinto di nero e dove gli animali entravano senza essere cacciati.

Rincorrendo un pulcino più giallo di tutti Marta entrò. L’animale scomparve nel buio dinanzi al quale la fanciulla si fermò come in bilico su qualcosa. Un vuoto che avvertiva dinanzi e da cui iniziarono a venire cigolii come di legno antico che si muove. Un tempo lunghissimo tenne Marta inchiodata sul vuoto, poi mentre il buio si allontanava ella intravide un’ombra scura che emergeva ai suoi piedi... un grido allarmato e un grosso coperchio di legno chiuse l’apertura nel pavimento sul bordo della quale Marta si era fermata.

L’episodio della botola nella grande cucina nera dette inizio alla storia delle cortine e dei bui nascondigli trasformati poi in cantine o legnaie. La mamma collocò in quei luoghi personaggi vivi ed eventi di guerra ed ora Marta riprendendoli come perline da un cofanetto li faceva scorrere nel filo dei pensieri. C’erano schiere nemiche e c’erano pirati nella valle. Ma la lena scemava e la schiera si riduceva nell’angusta salita di pietra. Dietro i wafi sbarrati si trepidava. Cadeva dall’altro l’ultima difesa. E se questo scampo cedeva e le case subivano la sorte degli oppressi e se gli uomini erano trascinati via o stramazzavano inermi, c’erano le botole, estremo riparo. Da esse sarebbero usciti gli scampati a ricominciare sulle rovine. Dicevano tutto questo le cortine e le strade strette e i muri alti con i wafi.

Un altro giorno la mamma dalla collinetta del castello, mentre riaccendeva dietro i ruderi del fortilizio storie di armati e di guerre, le indicò i luoghi delle cortine in alto come fortezze e due avamposti montuosi all’ingresso della valle come sentinelle.

Su uno di questi poggi Marta vi andò un’estate per una festa intorno ad una chiesa. Qui le era sembrato di stare come sul mastio di un castello. La conca che si restringeva dinanzi alle due collinette prima di aprirsi in una lunga pianura le riempì la mente. C’era in quei segni un richiamo proveniente dagli spazi azzurri, al di là.

Con un sottile brivido sentì la voce del nonno: "La nostra gente ha ardire e prontezza, è abituata ai viaggi, agli incontri".

La sua gente aveva risposto a quel richiamo portando lungo quella strada i prodotti: la lana delle greggi e le pelli conciate e poi quelle ricoperte di oro.

Marta conosceva il lavoro che aveva dato lustro al suo paese e sapeva anche l’altro, quello gelosamente difeso dagli artigiani del luogo e scomparso con loro. La nonna paterna le aveva detto di quegli artisti espertissimi nel trasformare l’oro in sottilissimi fogli battendolo tra due pelli su grossi ceppi di pietra. Con essi si impreziosivano le pelli ma anche si ricoprivano fini ricami intagliati nel legno come quelli della chiesa del paese.

Quando Marta aveva scoperto questi tesori per interi giorni era rimasta a girare nelle antiche botteghe degli artigiani. Nella più grande c’era un’intera generazione - nonno, padre, figli - e tra loro uno più luminoso degli altri, e con loro aveva conosciuto altre chiese e i palazzi nobiliari.

Con la nonna Annina - lei consegnava pizzi e merletti – Marta era stata nelle dimore signorili del suo paese: cortili con fontane scolpite, scalinate solenni, logge e colonne, saloni sontuosi e camere alte chiuse da porte preziose. Più imponente di tutti era il grande palazzo del duca, ostile e prepotente, costruito di fronte alla chiesa quasi a sfregio.

"Fu una tracotanza bella e buone" aveva detto la mamma conducendola in quella dimora in cui ora abitavano dei parenti. Lì tutto diceva che il duca era stato potente e ricco, l’entrata imponente, l’ampio cortile, la scalinata sontuosa e poi le stanze e i libri antichi nella biblioteca. Mentre la mamma si intratteneva con la lontana parente, Marta ridava ai locali il lusso e i personaggi di una volta tra cui spiccava un giovinetto alla scuola d’un insigne maestro del luogo.

Le feste, i teatri, i cortei, lo sfarzo si alternavano a figure più semplici, la gente nella piazza intenta all’opra e ai commerci e nella chiesa presa da impegni diversi. E c’erano quelli che andavano curvi sotto un peso nemico, ma c’era a sostenerli il santo, e c’era un prete amico gettato in catene.

"La ricchezza spesso porta alla prepotenza perché tanto spesso nasce da essa" aveva detto il nonno. "Perciò è più facile che un cammello entri nella cruna di una ago", aveva concluso.

Nella penombra del salotto con le pesanti tende di velluto al di sotto delle quali altre più leggere non riuscivano a dare molta più luce là dove le prime erano scostate, l’affresco del soffitto sprofondava in un buio abitato da visi e da occhi, putti e fanciulle danzanti che riaffioravano appena per scomparire subito.

Marta in quel salotto scopriva qualcosa... In quegli spazi che ovattavano le voci delle due donne, dove mai era entrata la vita delle strade né quella delle cortine, c’era la vittoria del silenzio che proteggeva ed isolava. Perciò tutto diventava più stretto della cruna di un ago.

I pensieri di Marta divennero irrequieti e cedettero il posto ad un altro buio, quello delle cantine del palazzo e di oscuri sotterranei dove lenti uomini trascinavano ai piedi nere palle di piombo.

Anche in questo buio la cruna dell’ago diventava più larga.

Terminata la visita i pensieri di Marta insieme alle due donne si trasferirono nella piazza e si assieparono con la folla intorno alla colonna cui erano legati altri miseri.

"Molti erano anche cattivi, ma spesso la miseria abbrutisce" Il tono con cui il nonno aveva pronunciato queste parole diceva quanto fosse difficile giudicare le azioni degli uomini. In quella piazza c’era stata una vita intensa quando il paese era fiorente fino a quel giorno in cui cadde un seme di lutto. La fanciulla vide la sua gente morire di peste, ma la vide pure riaversi, poi vide altre rovine, le alluvioni che raccontava la mamma, i terremoti e le carestie di cui diceva il nonno. E lei poteva aggiungere il terribile bombardamento che le viveva ancora dentro. Ogni volta però la vita era ripresa.

Il moto del vivere si era impresso nei luoghi del suo paese e nei cuori della sua gente. Marta sentiva che bisognava conservarlo perché quelle storie potessero alimentare altre menti e risuonare in altri cuori.

Stava calando il buio quando scese come rigenerata dalla vite.

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