Leggere le Scritture

Testi di Gioacchino La Greca

 

 

AMORE E AGAPE: SUPREMAZIA DI PIETRO?

Ecco perché Pietro non ebbe alcun mandato da Cristo

 

 

 

Amor sacro, amor profano di  Tiziano

 

 

L’attività spirituale nella quale e per la quale è data la conoscenza della Colonna della Verità è l’Amore, un amore di grazia, che si manifesta solo nella coscienza purificata che si consegue, “ahimè”, dice Pavel Florenskij1, con l’esercizio della “Ascesi”. Così, liberatasi dall’eros platonico, l’anima può tendere alla bellezza celeste.

L’Amore scuote tutta l’impalcatura dell’uomo, il quale, dopo questo “scossone dell’anima”, diventa in grado di cercare, perché gli si sono dischiuse le porte dei mondi celesti, che gli fanno pervenire da lassù il dolce refrigerio del Paradiso. L’Amore ci fa uscire da noi stessi, ci rivela la bellezza di Dio, ci spinge all’anelito della beatitudine smarrita.

Esaminiamo col nostro grande filosofo e teologo russo il significato filologico delle parole che sottostanno ad amore.

1) Eros dal verbo erân, significa amare con tutto il sentimento, l’amore erotico e di passione, appunto.

2) Filos, da fileîn, essere attratto da una persona, sentirsi in comunione, vicino spiritualmente, intimo.

3) Stérghein, non attrazione vivace verso qualcosa o qualcuno, ma sentimento tranquillo, costante e profondo nel quale l’amante sente in l’amato, teneramente: tipico è l’amore filiale, dei genitori, del cittadini per la patria.

4) Agapân e Agàpe, indica un amore razionale, di stima, dove la libera volontà si esercita in una univoca direzione. Ma molti aggettivi sono affini a questo termine: sorpresa, meraviglia, gioia (gaio), nobile, orgoglioso.

Agapân non è una inclinazione a unirsi a una persona, come fileîn, quanto piuttosto ad apprezzarne le caratteristiche, le qualità, quindi è una forma impersonale e astratta, cioè assume una connotazione morale, mentre fileîn assume una colorazione naturale, non libero come l’agape. Possiamo così riassumere il significato di amore nella nostra lingua madre greca: Eros è amore impetuoso, sensibile; Storghè amore tenero, delicato, della specie; Filìa amore intimistico, sincero, di benevolenza; Agàpe amore asciutto, di valutazione, di stima.

La Sacra Scrittura ha conferito loro un significato nuovo e un nuovo contenuto, avendoli spiritualizzati e riempiti del colore della grazia. I Padri mistici usano Eros per significare l’amore supremo per Dio. L’incolore e asciutto Agàpe è stato riempito di vita spirituale ed esprime ora l’amore profondo e universale, l’amore della suprema libertà spirituale (come amare i nemici e il comandamento nuovo di Gesù).

 

Vediamo il colloquio tra Pietro e Gesù, dove, secondo la religione cattolica si fonda la pretesa supremazia della chiesa di Roma. Vediamo il brano in questione, (Gv 21,15): Quando ebbero mangiato, Gesù disse a Simon Pietro: ”Simone, figlio di Giovanni, mi ami (agapao, amore gratuito) più di costoro? Gli rispose: “Certo Signore, lo sai che ti voglio bene (fileo, amore di amicizia). Gli disse: “Pasci i miei agnelli”. Gli disse di nuovo per la seconda volta: “Simone, figlio di Giovanni, mi ami? (agapao). “Certo, Signore tu lo sai che ti voglio bene (fileo). Gli disse: “Pascola le mie pecore”. Gli disse per la terza volta: “Simone, figlio di Giovanni, mi vuoi bene (fileo)?”. Pietro rimase addolorato che per la terza volta gli domandasse: “Mi vuoi bene?”(fileo), e gli disse: “Signore, tu conosci tutto; tu sai che ti voglio bene” (fileo).

Il Signore risorto con una doppia interrogazione fa intendere a Pietro che, dopo che lui ha tradito il suo Maestro, è la Filìa, amicizia-amore, che a lui lo legava, può pretendere adesso solo un amore ordinario, quello che ogni discepolo deve al suo maestro e nutrire per tutti, anche per il nemico. Il brano sembra indirizzarsi verso “un solenne spodestamento di Pietro da parte di Gesù” (La colonna e il fondamento della verità, lett. 11) che sembra dirgli: “Un tempo eri mio amico, ora non vale la pena parlare di amore amicizia (fileîn), ma di un altro amore che si deve nutrire per tutti gli uomini (agàpe). Possiedi tu almeno questo amore per me?”. Pietro non ne vuol sapere di questo amore, e torna sull’amore personale d’amicizia”. “Io sono tuo Amico” (filos). Ricordiamoci che Gesù chiamò una sola volta Amici i suoi discepoli, e lo fece la sera dell’ultima cena prima della condanna a morte, ed era il più grande titolo che poteva loro riservare, amici in comunione, spirituale e fisica. Pietro si rattrista a sentire il suo Maestro che gli ricorda il tradimento e l’altro amore, l’agape. Solo alla terza interrogazione in tono quasi di rimprovero e diffidenza gli dice: “tu sei mio amico?  (“in altri termini e traduzioni “ mi vuoi bene?”). All’inizio Pietro, nelle prime due interrogazioni, sicuro della sua amicizia con Gesù, non coglie il velato rimprovero, anche perché Gesù non nomina l’amicizia, ma parla di agàpe. Solo alla terza interrogazione si appalesa il pensiero segreto del maestro, e chiede direttamente un amore d’amicizia, filos. Proprio questo rattrista Pietro, perché Gesù la terza volta gli dice: “tu sei mio amico? (Gv 21,17). Tra i singhiozzi Pietro gli risponde: “Signore tu sai tutto, sai che ti sono amico”.

Se si tiene conto che agàpe e filos non sono identici, è impossibile intendere questo dialogo come un ripristino di Pietro alla sua dignità apostolica. È difficile ammettere questa interpretazione, già per il fatto che Pietro non si comportò peggio (o forse meglio) degli altri apostoli nei riguardi del Maestro, e quindi, se Pietro aveva perso la dignità apostolica lo stesso valeva per gli altri. Nulla ci dice nemmeno che egli sia stato radiato dalla comunione con “i dodici” a causa della sua apostasia, ed è invece vero che lui gli altri vi scorgono una qualche colpa straordinaria. Insomma poiché Pietro non aveva sconfessato Gesù come figlio di Dio, aveva perso la fede nel suo Signore, aveva solo bisogno di ripristinare un rapporto amichevole e personale.

Pietro aveva offeso il Signore come amico, e aveva bisogno di un nuovo patto di amicizia. Insomma il passo in esame non parla di nessun evento ecclesiastico-salvifico o di conferimento a Pietro di poteri straordinari, ma tocca esclusivamente la sorte e la vita personale dell’Apostolo.

Dice Florenskij “è un passo parenetico, non dogmatico, e i cattolici lo sottolineano a torto”. 

Per quanto riguarda il termine Agape, esso esprime l’amore come una decisione della volontà che sceglie l’oggetto, così da divenire donazione di che nega se stesso e simpatizzante a favore dell’oggetto. Questo amore che si sacrifica è noto come slancio, soffio non terreno, con caratteristiche non umane e non relative, ma divine e assolute.

Con l’avvento del cristianesimo, la storghè, che è l’amore ubbidiente per la società e la comunità, e la filìa, amore per l’individuo, vengono spiritualizzate e assumono significato di agàpe e filìa. L’aspetto agapico della società cristiana si incarna nella ecclesia protocristiana, nel cenobio (vita comune) e la sua espressione suprema sono le serate dell’amore agapico dove si co-manduca misticamente il Corpo e il Sangue di Cristo. La filia si incarna nei rapporti di amicizia e trova coronamento nella eucarestia. I due termini così si affiancano e corrono parallele, e fratello e amico assumono uguali sembianze e i due sostantivi tendono a confondersi. Per il cristiano ogni uomo è prossimo, quindi degno di agàpe, ma non ogni uomo è amico, tale da essere degno di fileo.

Esaminiamo adesso un’altra bella pagina di esegesi sempre dello stesso episodio, in ottica di presunto primato di Pietro2.

Il capitolo 21 di Giovanni si presenta come una resa di conti tra Gesù e Pietro. “Quando ebbero mangiato”, quindi quello che segue è legato all’eucaristia che mai rimane senza conseguenze, Gesù, rivolgendosi a Pietro gli chiede: “Simone, figlio di Giovanni, mi ami più di costoro?” (agapás me), ove figlio significa discepolo, quindi ancora Pietro non è discepolo di Gesù, ma del Battista.

Pietro vuole essere leader del gruppo e Gesù ne saggia la consistenza e i titoli. Risponde: “Sì, Signore ti amo” e usa il verbo fileo, e non agapao che era stato usato da Gesù. Ricordiamolo, agàpe è l’amore incondizionato e libero, fileo l’amore per l’amico. Gesù incassa la risposta e gli dice: “Pascola gli agnelli, dai loro da mangiare”. Poi di nuovo gli dice: “Simone, figlio di Giovanni, mi ami?”. “Sì, Signore, dice Pietro, tu sai che ti voglio bene. Allora Gesù gli dice di pasturare, governare, proteggere le pecore. Quindi prima gli agnelli, i più deboli del gregge, poi le pecore. Poi per la terza volta gli dice: “Simone, figlio di Giovanni, mi vuoi bene?”(stavolta Gesù usa il verbo fileîn). A questa terza richiesta Pietro si addolora. Finalmente, la costernazione, che non lo colse nel momento del tradimento del suo Maestro, adesso traspare evidente.  “Signore, tu conosci tutto e sai che ti voglio bene” (fileo).  Gesù gli dice “pascola le pecore”, dimostramelo come segno del tuo amore per me, poiché “amare Gesù” significa procurare vita agli altri, dare nutrimento al gregge, proteggerlo, anche a costo della propria vita, così come fa un vero pastore.

Ecco la conseguenza dell’amore a Gesù: viene profetizzato a Pietro il martirio, quale destino di colui che segue fino in fondo il maestro. Quando l’amore si manifesta attraverso il dono della vita non c’è mai sconfitta, ma la glorificazione di Dio. Chi accetta questo non va incontro alla gloria degli uomini, ma verso la gloria di Dio.

In questa scelta di totale abbandono al progetto d’amore del suo Maestro sta il primato di Pietro. Il suo volere con Lui un’amicizia intima, lo porta ad essere non più discepolo del Battista, ma a pieno titolo discepolo di Gesù, prima pietra dell’edificio che verrà innalzato sulla roccia Cristica, primo responsabile della prima comunità, non supremazia ma primizia.


1. Pavel Florenskij è teologo e scienziato russo, morto nei campi lager, autore di numerose opere teologiche, la più imponente e importante La colonna e il fondamento della verità, da cui è stato ricavato questo capitolo.

2. L’esegesi dell’episodio è liberamente trattata su uno spunto del biblista Alberto Maggi, del Centro Studi Biblici Vannucci di Montefano (Mc).

 

 

 

 

 

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